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conseguenza, molti processi importanti per la vita. Ciò nonostante alcuni appassionati quando ne sentono parlare strabuzzano letteralmente gli occhi, come a scuola di fronte alle più complesse spiegazioni di chimica. Sappiate comunque che anche la scienza ha avuto non poche difficoltà a spiegare quella che è una delle proprietà fondamentali dell’acqua. O meglio: si sa bene e da tempo come misurare l’acidità di una soluzione acquosa, che cosa comporti e persino come correggerla, ma che cosa la determini è rimasto a lungo un mistero. Una convincente spiegazione è arrivata soltanto all’inizio di questo millennio da un gruppo di scienziati delle Università della California e di Rochester che, con una dettagliata simulazione ottenuta grazie a un supercalcolatore, hanno chiarito come, per una particolare scissione molecolare (praticamente impossibile da osservare in natura), capiti che alcune molecole perdano un protone. Il numero dei protoni liberi determina appunto l’acidità dell’acqua e il suo comportamento quando viene a contatto con altre sostanze.

“Ghiozzi” è il nome comune con cui sono conosciute le circa 2.000 specie di Gobidi, la più grande famiglia di pesci marini. Grazie alla loro taglia ridotta, alla notevole intelligenza e a un’accattivante livrea, sono ospiti raccomandabili per l’acquario di barriera

 

A proprio agio sulla sabbia

Con l’avvento del moderno acquario di barriera i gobidi (Gobiidae) sono divenuti finalmente protagonisti, rivelandosi in molti casi compagni ideali per acropore, tridacne & Co. Salvo poche eccezioni, in questi pesci non vi è traccia di dimorfismo sessuale e la livrea è simile nei due sessi. I ghiozzi sono in maggioranza ermafroditi, sia proterandri che proterogini (cioè passano, rispettivamente, da maschio a femmina, o viceversa). Depongono le uova su diversi substrati protetti, anche artificiali (relitti, carcasse di auto, tubi, ecc.); spesso è il maschio che se ne prende cura fino alla schiusa, più raramente se ne occupa la femmina o entrambi i genitori. Generalizzare, parlando di questa immensa famiglia, è però sempre pericoloso: le differenti caratteristiche ecologiche riscontrabili fra questi pesci impongono una scelta ragionata a seconda della tipologia di vasca. In particolare, per i ghiozzi che “adorano” la sabbia e su di essa (alcune specie perfino dentro di essa, abitando gallerie scavate da gamberetti con cui vivono in simbiosi) trascorrono buona parte del loro tempo, arrivando a ingoiarla per setacciarla e “risputarla” dopo aver trattenuto le particelle commestibili, l’acquario “berlinese” più estremo – dove cioè si arriva a rinunciare del tutto al fondo sostituendolo con rocce e coralli – non è certo una sistemazione ideale. Viceversa questi ghiozzi sono raccomandabili per vasche con ambientazione ispirata alla laguna corallina: fondo di sabbia fine molto alto (Jaubert o Deep Sand Bed), alghe macrofite (caulerpe e simili), rocce vive limitate a una guglia centrale e comunque occupanti meno della metà della superficie di base della vasca. Tutti i ghiozzi che vivono su fondali sabbiosi apprezzano molto la presenza di una vegetazione algale, da discreta ad abbondante, costituita dalle varie specie di caulerpa ma anche dalle alghe rosse e da quelle brune (sargassi), ancorate alle rocce o direttamente alla sabbia corallina. Anche la presenza di rifugi è fondamentale per il loro benessere: cavità naturali (anfratti e buchi tra le rocce) o artificiali (anforette, tubi in pvc, mezzi vasi di terracotta) non devono perciò mai mancare in acquario.

 

 

Belli ma litigiosi

Il genere Valenciennea comprende una quindicina di specie, alcune delle quali oggi molto richieste per l’acquario di barriera e importate regolarmente dai principali centri di esportazione dell’Indo-Pacifico. In natura si trovano nei biotopi marini costieri come le lagune tranquille con fondo di sabbia fine e blocchi isolati di coralli, ambienti sabbiosi e ciottolosi di risacca, praterie di alghe e fanerogame interrotte qua e là da scogliere rocciose. Si tratta di ghiozzi con una taglia variabile dai 10 ai 20 cm circa. Molto voraci e continuamente in cerca di cibo tra la sabbia (accettano sia mangimi secchi che surgelati, mostrandosi particolarmente ghiotti di chironomi, artemie e mini-krill), possono causare fastidiosi e persistenti fenomeni di torbidità in vasche troppo piccole e con fondo ricco di sedimenti. Formano coppie fisse e piuttosto territoriali, tra loro sono piuttosto litigiosi e non di rado si procurano lesioni alle pinne mordendosi a vicenda in aspre contese. Saltano con estrema agilità, soprattutto se spaventati: un’attitudine da non sottovalutare, se si pensa di allevarli in acquari “aperti”. La specie più comune nei negozi è sicuramente V. puellaris (Tomiyama, 1956), “Maiden goby”, ampiamente diffusa in tutto l’Indo-Pacifico, dal Mar Rosso all’Australia. Per la sua taglia (fino a una ventina di centimetri, anche se in genere non supera i 14-15 cm) dovrebbe essere ospitata in un acquario di almeno 150 litri netti, con una superficie di base non inferiore a 100×40 cm. Molto bella anche V. strigata (Broussonet, 1782), dell’Indo-Pacifico, che può raggiungere i 18 cm. Va ricordato infine che i ghiozzi adulti del genere Valenciennea possono costituire un potenziale pericolo per i pesci e i crostacei sensibilmente più piccoli, come i minuscoli gamberetti commensali su coralli e anemoni. (Autore: Alessandro Mancini)

 

Le “vere” piante acquatiche

Vallisnerie ed elodee (generi Vallisneria, Egeria, Elodea, Hydrilla e Lagarosiphon) sono piante popolarissime tra gli acquariofili, sin dagli albori di questo hobby, quando i primi appassionati le raccoglievano negli stagni e nei fiumi insieme ai pesci e agli altri organismi ospitati nelle loro vasche. Tutte appartengono alla famiglia delle Idrocaritacee che, come suggerisce il nome, è tra le poche a comprendere pressoché esclusivamente specie acquatiche nel senso letterale del termine, cioè in grado di crescere e riprodursi solo in acqua. Assai meno nota – ed è un vero peccato – è un’altra Idrocaritacea, proveniente dall’Asia tropicale nonché dall’Australia e dall’Africa sud-orientale, incluso il Madagascar (è stata introdotta e acclimatata anche negli USA, precisamente in Louisiana): si tratta di Blyxa aubertii, una bella pianta descritta dal botanico inglese L.C. Richard nel lontano 1814 e che nell’aspetto ricorda un folto cespuglio di vallisneria, con le sue delicate foglie nastriformi (se ne contano fino a un centinaio nei cespugli più rigogliosi) lunghe fin oltre mezzo metro.

Lo sapevate che originariamente il pesce rosso (Carassius auratus) era diffuso in natura unicamente in Asia orientale? La specie, per via di successive e ripetute immissioni, è oggi invece presente, alloctona, in varie regioni del mondo.

Il fatto che le origini del pesce rosso si perdano nella notte dei tempi è cosa ben nota. Si dice (non esistono tuttavia documenti inconfutabili a provarlo) che carassi di colore rosso vivo venissero allevati a scopo puramente estetico in alcune regioni della Cina già nel 400 a.C.: lo riferisce, tra gli altri, Vittorio Menassé nel suo classico e ormai “antico” testo Carassi, koi e gli altri pesci d’acqua fredda, pubblicato da Edizioni Encia di Udine nel 1974.

Vuoi perché nel lago sono decisamente predominanti sugli altri pesci (costituendo oltre i due terzi dell’ittiofauna locale), vuoi perché da soli offrono una scelta talmente vasta e completa sotto tutti i punti di vista (dalla biologia alla livrea) da soddisfare pienamente chi allestisce questo tipo di acquario, la famiglia dei ciclidi è spesso l’unica presa in considerazione dagli appassionati delle “vasche Tanganica”.