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La testuggine leopardo è una delle più grandi in assoluto tra i cheloni con abitudini terricole. Secondo alcuni autori in un’ipotetica classifica sarebbe al quarto posto, grazie a una lunghezza media del carapace di ben 45 cm (30 e 70 cm sono invece i limiti minimo e massimo nella taglia degli adulti) e con un peso medio di 13-18 kg (record 40 kg, secondo alcuni addirittura 50 kg). La sua denominazione scientifica è Stigmochelys pardalis (Bell, 1828) ed è diffusa in Africa in una vasta area che va dall’Etiopia al Sudafrica, dal livello del mare sino a oltre 2.000 m di altitudine, soprattutto in habitat secchi o di savana a temperatura diurna elevata. Sembrano siano invece mal tollerati ambienti umidi e freddi, anche se alcuni individui sono stati osservati in zone a clima relativamente piovoso.

Com’è fatta

Si è detto delle dimensioni notevoli, caratteristica condizionante anche per il mercato, perché non tutti gli appassionati possono permettersi di tenere in casa o in giardino un “animaletto” che pesa qualche decina di chili. Bisogna aggiungere che la taglia varia molto tra le diverse zone di diffusione, senza che tuttavia sia mai stato possibile determinare una logica in tali variazioni (per esempio, più grandi gli individui delle popolazioni di una certa area geografica o quelli che vivono in uno specifico habitat). Il carapace, particolarmente bombato, ha una colorazione base gialla con macchie scure irregolari più o meno fitte, in base anche alla zona di provenienza. Il piastrone di norma è giallo uniforme ma può a volte presentare delle leggere macchie nere. La livrea giovanile è un po’ diversa, con una colorazione nera uniforme attorno agli scuti destinata negli anni a frammentarsi sino ad assumere l’aspetto tipico. La pelle della testa e delle zampe è marrone chiaro senza macchie scure. La variabilità individuale è comunque notevole e questo, oltre a creare difficoltà agli esperti di tassonomia, ha anche sviluppato la fantasia degli allevatori che offrono a volte individui come appartenenti al tipo “caramel”, “ivory” o “snow”. Si tratta in realtà soltanto di denominazioni di fantasia.

 

L’allevamento in cattività

La questione più importante per chi voglia allevare qualche individuo di Stigmochelis pardalis è lo spazio: occorrono recinti ampi, anche all’esterno in estate, in casa o comunque in ambiente chiuso durante i mesi invernali. Già questo aspetto è sufficiente per affermare tranquillamente che non si tratta di una specie per tutti, anche se l’aspetto e la bellissima livrea soprattutto dei giovani possono rappresentare un’attrattiva pressoché irresistibile. Un terrario di 100×60 cm basterebbe, tanto per fare un esempio, per un unico giovane di una quindicina di cm, mentre per una coppia di adulti sarebbe necessario un recinto di almeno 3×2 m. Per il fondo si consiglia un terriccio composto quasi per metà da sabbia a granulometria non eccessivamente fine e torba di sfagno, con una piccola percentuale di fieno in superficie. Importante illuminare e riscaldare il recinto con spot per rettili e lampade UV. Le temperature diurne ottimali possono variare all’interno del terrario tra i 35 °C della zona più calda e i 24 °C di quella più fresca, con abbassamento notturno sino a circa 20 °C. In natura il range termico è in realtà ben più elevato, vista anche la ampia diffusione della specie, ma in cattività l’esperienza insegna che conviene attenersi a valori meno radicali. Il tasso di umidità non dovrebbe invece mai superare il 40-60%, poco più di notte.

In estate, con temperature diurne attorno ai 25 °C e oltre, è possibile, anzi consigliabile, spostare con le cautele del caso, evitando sbalzi improvvisi, le testuggini in un recinto esterno grande almeno 4×3 m (per una coppia). Data la mole e la forza degli animali, il recinto dovrà essere ben solido, in mattoni, pannelli di legno, travi o altro ben fissati tra loro e saldamente ancorati al terreno. Importante l’esposizione al sole per gran parte delle ore diurne e un fondo in terra brulla con almeno un cespuglio (o una tettoia) che consenta agli animali di ripararsi all’ombra se lo desiderano. Tale funzione potrà essere svolta anche da una casetta in legno, utile pure come rifugio notturno. La casetta non basterà invece nel caso di bruschi abbassamenti della temperatura: una tale evenienza richiede il ricovero delle testuggini leopardo nel terrario al coperto: si tratta infatti, non dobbiamo mai dimenticarlo, di una specie tropicale.

Un discorso a parte va fatto per l’acqua: agli adulti va somministrata due o tre volte a settimana in una ciotola bassa; ai giovani nella fase di allevamento all’aperto va lasciata invece a disposizione quotidianamente per scongiurare il rischio, sempre in agguato, di una possibile disidratazione.

 

 

Alimentazione

In natura Stigmochelis pardalis si nutre prevalentemente di sterpaglie, erbe secche e arbusti spinosi, che integra talvolta con sterco e occasionalmente con resti di animali morti, mentre la frutta non fa mai parte della dieta. In cattività si consigliano fieno, come alimento base, poi erbe di campo appassite (tarassaco, piantaggine, erba medica, trifoglio, ecc.), da integrare con fiori e foglie di ibisco, foglie di gelso, pale di fico d’India… D’inverno sarà indispensabile far ricorso anche a verdure a foglie scure, come cicorie e foglie di cime di rapa, avendo cura di offrire gli alimenti sempre essiccati o almeno appassiti. La frutta è da evitare perché può dare problemi intestinali. Non sarà male lasciare sempre a disposizione un osso di seppia.

 

La dinamica riproduttiva

La maturità sessuale viene raggiunta tra i 6 e i 7 anni per i maschi e tra gli 8 e i 9 per le femmine. Il dimorfismo sessuale è rilevabile in individui di almeno 20-22 cm di lunghezza del carapace. I maschi hanno coda lunga e appuntita, piastrone concavo e carapace piuttosto allungato; lo scuto sopracaudale è particolarmente arcuato con prolungamento verso il basso mentre gli scuti anali disegnano la forma di una “V” molto larga. Le femmine presentano coda più corta con base larga e tozza, piastrone piatto, carapace più largo rispetto ai maschi, scuto sopracaudale poco arcuato e privo di prolungamento verso il basso e scuti anali a forma di “U” molto larga.

Il corteggiamento non è troppo focoso, almeno rispetto ad altre testuggini. Gli accoppiamenti in cattività avvengono in qualsiasi periodo dell’anno, durano tra i 3 e i 15 minuti e possono ripetersi più volte durante la giornata. La deposizione ha luogo 4-6 settimane dopo la copula: ciascuna femmina depone in una buca scavata nel terreno un numero estremamente variabile di uova, da 4 a 30. Sono possibili più deposizioni annue. Nei nostri climi si consiglia di far ricorso all’incubazione artificiale con temperatura intorno ai 28-29 °C e tasso di umidità al 60-70% con ulteriore innalzamento in prossimità della schiusa, che avviene dopo un periodo che può variare tra i 4 e i 6 mesi. (Autore: Marco Raldi)

 

 

 

Protezione e commercio

La testuggine leopardo nella lista rossa dell’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, è considerata tra le specie a minore rischio (Least Concern). La specie risulta invece nell’Appendice II della CITES: ogni individuo acquistato o venduto deve essere dunque accompagnato da apposita documentazione.

 

 

Specie e sottospecie

Sino a qualche anno fa si riconoscevano due sottospecie di testuggine leopardo: quella nominale Stigmochelys pardalis pardalis (Bell, 1828), diffusa nelle savane e nelle aree desertiche della Namibia meridionale e del Sud Africa, e Stigmochelys pardalis babcocki (Loveridge, 1935) presente in tutto il resto dell’areale. Recenti studi basati sull’esame del DNA mitocondriale (ad esempio quello firmato nel 2010 da Uwe Fritz e da altri autorevoli esperti) affermano invece che la suddivisione in sottospecie non è affatto giustificata.

 

 

“Piramidi” sul guscio

Il carapace delle testuggini leopardo può presentare delle “piramidi”. Che ci siano o meno e che appaiano più o meno pronunciate dipende in buona parte dall’areale di provenienza e di conseguenza dal tipo di alimentazione. Gli individui che si nutrono di erbe fresche (provenienti quindi da zone con maggiori precipitazioni atmosferiche e tasso di umidità più alto) hanno di norma “piramidi” più accentuate rispetto a quelli che vivono in climi più aridi.

 

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