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Quello delle allergie è un problema per molte persone, che in alcuni soggetti si manifesta fin dalla più tenera età mentre in altri si può presentare più tardivamente. Allergia ai pollini, agli acari, ad alcuni alimenti… ma anche ai gatti! Questo tipo di allergia, purtroppo, è un grosso “guaio” sia per chi ama gli animali, e di conseguenza potrebbe doversi negare il piacere di condividere la propria vita con un felino domestico, sia per chi è costretto a subire, suo malgrado, la vicinanza di gatti pur non desiderandone uno.

 

Allergia al pelo… oppure no?

Quando si parla di “allergia ai gatti” molto comunemente si suole indicare, in maniera del tutto errata, un problema scatenato dal pelo del gatto, tanto che molto spesso si finisce con il definirla proprio “allergia al pelo del gatto”. In realtà, ad essere causa di allergia non è il pelo del felino, bensì alcune proteine prodotte da particolari ghiandole dell’animale, soprattutto quelle salivari e sebacee. Quindi, il tanto accusato pelo non è la fonte primaria dell’allergia, potremmo piuttosto definirlo un “veicolo”: quando il micio si lecca (e lo fa molto spesso nell’arco della giornata!) bagna con la saliva il proprio pelo e deposita o spande questi particolari allergeni su di esso e sulla pelle. Il pelo e le scaglie cutanee che cadono dall’animale si accumulano sul pavimento, sulle tappezzerie, circolano nell’aria e possono quindi raggiungere, direttamente o indirettamente, la persona allergica. Anche il contatto stesso con l’animale, una carezza ad esempio, può scatenare la reazione allergica. La proteina prodotta dal gatto e identificata come più importante tra gli allergeni viene denominata “Fel D-1”, ma non è l’unica (in questo tipo di allergia sembrano esserne coinvolte, in misura minore, anche altre, quali ad esempio la Fel D-2, 3 e 4). Una piccola quantità di queste proteine possono essere presenti anche nell’urina dell’animale. I suddetti allergeni sembrano resistere a lungo nell’ambiente ed essere capaci di lasciarsi trasportare anche a distanza, ad esempio attraverso correnti d’aria, vestiti, suole delle scarpe, ecc. Pertanto, un soggetto allergico potrebbe entrare in contatto con gli allergeni, e quindi manifestare i sintomi, anche in assenza, in quel momento o in quel luogo, di un gatto.

 

I sintomi dell’allergia

Come già accennato, nell’essere umano i segni clinici della reazione allergica al gatto possono manifestarsi già in età infantile, ma comparire anche in adulti o bambini che abbiano convissuto a lungo con i gatti senza mai aver manifestato grossi problemi in precedenza, per una serie di meccanismi immunologici che potremmo semplificare con il termine “sensibilizzazione” ad un determinato allergene. I sintomi principali sono di tipo respiratorio (starnuti, scolo nasale, difficoltà respiratorie, lacrimazione, ecc.) ma anche di tipo cutaneo (reazioni tipo “orticaria”). Molto spesso questa forma allergica può arrivare a impedire il possesso di un gatto, un grosso problema per gli amanti di questo fantastico animale.

 

Esiste una soluzione?

Per risolvere, o per lo meno per attenuare questa patologia, è consigliabile rivolgersi a un medico, ma soprattutto a un allergologo il quale, dopo aver effettuato una diagnosi precisa, potrà suggerire terapie farmacologiche volte a contenere il problema oppure indicare terapie allergene-specifiche. Di sicuro i soggetti allergici ai gatti, ma che non possano fare a meno di possederne uno, dovrebbero rispettare alcune regole, quali ad esempio lavarsi bene le mani dopo aver toccato il proprio animale, evitare che questo dorma nel letto o possa lasciare il proprio pelo su divani, cuscini e indumenti, passare molto spesso l’aspirapolvere e mantenere in ordine, con qualche aiutino in più, il mantello del micio. Questi comportamenti “prudenziali” non possono essere considerati come la “soluzione” al problema, bensì un qualcosa in più che può essere messa in atto per alleviare il problema. Si parla, poi, di “gatti anallergici”, un concetto forse un po’ troppo esaltato ma con un fondamento di verità molto importante. Innanzitutto è bene precisare che la produzione delle proteine “allergogene” cui abbiamo accennato in precedenza è influenzata dagli ormoni sessuali, pertanto gattini e soggetti adulti sterilizzati o castrati ne producono naturalmente di meno. Detto questo, torniamo ai gatti considerati “anallergici”: in realtà si tratta semplicemente di razze che producono una quantità inferiore di queste proteine rispetto ad altre, soprattutto la Fel D-1; questi allergeni, presenti dunque in misura ridotta, in molti casi non sono in grado di scatenare una reazione allergica, e pertanto possono essere meglio tollerati… ma non è il caso di generalizzare poiché ogni essere umano possiede una propria risposta individuale. Pertanto, più che di razze “anallergiche” sarebbe corretto indicarle come “ipoallergeniche”, una possibile “via di mezzo” per chi vuole a tutti i costi un gatto minimizzando le conseguenze per la propria salute. Tra le razze più comunemente note come ipoallergeniche spiccano al primo posto il siberiano e il norvegese delle foreste, entrambe a pelo lungo ma caratterizzate da una produzione di proteine allergogene talmente bassa da non rappresentare, nella maggior parte dei casi, un problema per i soggetti sensibili. Tra le razze di maggior interesse in questo senso ve ne sono molte altre quali il bengala (pelo corto), il devon rex (pelo corto), il giavanese (pelo semilungo), l’orientale (pelo corto), blu di Russia (pelo corto), il cornish rex (pelo corto) e il siamese (pelo corto). Al di la di tutta questa disquisizione generale e puramente indicativa, è necessario comunque rivolgersi, per quel che riguarda la scelta del gatto e la sua gestione, al veterinario, mentre il medico dovrà essere consultato per elaborare la migliore strategia possibile, al fine di limitare i danni sul proprietario: con le allergie non si scherza!

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