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I Toxotidi, meglio conosciuti come “pesci arciere” per l’abilità con cui riescono a centrare fino a un metro e mezzo d’altezza insetti e altri piccoli invertebrati utilizzando un getto d’acqua espulso dalla bocca, sono ricercati in acquariofilia come tipici ospiti della vasca salmastra, ma anche di quella d’acqua dolce…

Una famiglia versatile

La famiglia Toxotidae comprende solo 7 specie, molto simili tra loro sia per aspetto che per comportamento, riunite nell’unico genere Toxotes Cuvier, 1816. Si trova in gran parte dell’Indo-Pacifico, dall’India alla Polinesia, e i suoi rappresentanti – i pesci arciere – vengono comunemente citati come pesci eurialini per eccellenza: è infatti frequente osservarli nuotare presso la superficie – solitari o in piccoli gruppi – di lagune costiere, foci dei fiumi, porticcioli e mangrovieti, ma anche nelle acque torbide e poco salubri dei canali urbani per la raccolta dell’acqua piovana (e non solo…) che scorrono nei grandi centri urbani dell’Asia meridionale, da Calcutta a Jakarta. Talvolta si rinvengono perfino in mare aperto, rafforzando la convinzione che si tratti di pesci allevabili con successo solo in acqua salmastra. In realtà non è sempre così. L’equivoco si deve al fatto che le specie eurialine di Toxotes sono anche di gran lunga le più diffuse e facilmente visibili ai tropici, anche a chi non le va a cercare: parliamo di quelle che in acquariofilia sono allevate da più tempo (dalla fine dell’Ottocento), quali T. jaculatrix (Pallas, 1767) o banded archerfish e T. chatareus (Hamilton & Buchanan, 1822) o spotted archerfish, ma anche dell’affine T. microlepis (Günther, 1860) o smallscale archerfish, frequentemente confusa (anche in acquario) con le prime due. Pochi sanno però che la maggior parte dei pesci arciere conosciuti trascorre tutto il ciclo vitale in acqua dolce: infatti ben 4 specie su 7 si possono considerare a tutti gli effetti dulcacquicole, colonizzando stabilmente fiumi e laghi molto distanti dal mare.

 

 

Una mira infallibile

I classici pesci arciere (T. jaculatrix, T. chatareus e T. microlepis) in natura raggiungono i 25 cm, ma in acquario in genere non superano i 15-20 cm. Il loro nome comune deriva dall’abilità con cui riescono a “centrare” gli insetti e gli altri invertebrati di cui si nutrono, utilizzando un getto d’acqua espulso violentemente dalla bocca, capace di raggiungere il metro e mezzo d’altezza, dunque anche rami piuttosto distanti dalla superficie. Per apprezzarne in pieno le capacità “balistiche” andrebbero perciò allevati in un acquaterrario più che in acquario vero e proprio. Richiedono in ogni caso molto spazio (vasca di almeno 100 l) e acqua salmastra, ottenibile sciogliendo 3-4 cucchiaini di sale marino ogni 10 litri. Apprezzano la presenza di piante acquatiche galleggianti, la cui coltivazione è però piuttosto problematica a causa del sale (si può tentare con Salvinia, Ceratophyllum ed Eichhornia). Esemplari ben acclimatati accettano anche mangimi secchi o liofilizzati galleggianti in superficie, è indispensabile però integrarne l’alimentazione con insetti vivi e lombrichi. Gli adulti possono divorare i pesci più piccoli. La differenza fra i sessi non è nota, la riproduzione in acquario non è stata ancora ottenuta.

 

 

L’arciere d’acqua dolce

Paradossalmente i pesci arciere d’acqua dolce sono pressoché sconosciuti nel nostro hobby, nonostante siano sulla carta più indicati per l’acquario dei cugini salmastri: non solo perché non richiedono alcuna aggiunta di sale, ma anche per le dimensioni raggiunte (15-20 cm al massimo, contro i 30-40 cm dei Toxotes eurialini). Questa inspiegabile lacuna è stata in parte colmata con la presentazione, in occasione di Aquarama 2011, di T. blythii, riscoperto dopo quasi 120 anni grazie agli esportatori tailandesi che, com’è noto, da anni stanno setacciando le acque dolci del famigerato “triangolo d’oro”, regione parzialmente montuosa e in buona parte inaccessibile compresa tra l’estremo nord della Thailandia, il Laos e il Myanmar (ex-Birmania). Soprattutto dalle acque birmane, caratterizzate da un’incredibile biodiversità e fino a un recente passato “chiuse” al mercato acquaristico perché situate in regioni controllate dai trafficanti di droga, ci arrivano continuamente nuove specie, sia di pesci che di chiocciole e gamberetti. Questa specie richiede un’acqua limpida e ben ossigenata, ma con superficie calma perché, come tutti i pesci arciere, preferisce afferrare il cibo a pelo d’acqua o “sputando” sulle prede che vede muoversi sulle foglie e sui rami sovrastanti, se allevata in paludario. La sua dieta è esclusivamente carnivora: gradisce soprattutto mangime liofilizzato che galleggia a lungo (tubifex, chironomi, gamberetti krill, artemie) e insetti vivi, si abitua presto però anche ad afferrare cibo vivo, fresco o surgelato direttamente da una pinzetta tenuta a pelo d’acqua, per evitare che affondi; difficilmente infatti raccoglie il mangime che cade sul fondo, e molti esemplari rifiutano il secco, sia in granuli che in scaglie. Non danneggia in nessun modo le piante ed è quindi compatibile con una folta vegetazione acquatica, apprezzando in particolare la presenza di piante acquatiche galleggianti. Preferisce un’acqua con pH intorno a 7, durezza sui 10-15 °dGH e T 24-27 °C, valori riscontrabili in buona parte degli acquari domestici. Concentrazioni elevate di nitrati (oltre 50 mg/l) possono causare inappetenza e, in casi estremi, comparsa di ulcerazioni sulla pelle.

 

 

Inizialmente questa specie si mostra piuttosto timida, soprattutto se si introducono singoli esemplari in vasche già affollate: è sempre consigliabile l’allevamento in piccoli gruppi, all’interno dei quali si forma una certa gerarchia dettata soprattutto dalla taglia dei singoli componenti, con i più grossi pronti a gettarsi sul cibo con prepotenza impedendo agli altri di nutrirsi in quantità sufficiente. (Autore: Alessandro Mancini)

 

 

 

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